Alé Vallée

Il Blog di Evolvendo VdA


"La democrazia come insieme di strutture è, o può essere, una macchina che funziona. Chi non funziona sono i macchinisti, a tutti i livelli: da quello dei capimacchina (i governanti) a quello dei mini-macchinisti (il popolo, i governati)" (Giovanni Sartori, politologo)

Popolo sovrano o popolo bue?

So di compiere una sorta di provocazione nei confronti del mondo politico valdostano e, conseguentemente, di correre il rischio di venir tacciato di senile narcisismo. Tuttavia essendomi ritrovato tra le mani alcuni giorni or sono una copia del mio libello “La repubblica delle fontine” (pubblicato nel lontano novembre del 1993!) non ho potuto resistere all’impulso di rileggerlo. Da questa rilettura è scaturita in me la presunzione di riproporne alcuni brani sul passato che non passa che mi sono parsi, ahimé, di stringente attualità e quindi ancora meritevoli di contribuire al dibattito politico odierno.

Bruno Milanesio

“…Abbiamo spiegato perché il sistema Valle d’Aosta non funziona e come “l’ircocervo” ha determinato una democrazia distorta. Tuttavia non ci troviamo ad operare in un contesto dove non esiste la competizione tra liste e partiti concorrenti ed in cui è venuta a mancare o si è rivelata insufficiente la legittimazione popolare.

Né, in alternativa, intendiamo ipotizzare un sistema con base elettorale più ristretta (per censo) in cui plutocratiche élites dovrebbero assumere illuminate decisioni nell’interesse generale. Anche se non v’è dubbio che la presenza di élites, in qualunque ordinamento politico-istituzionale (e segnatamente in quello democratico a suffragio universale), è fondamentale per il suo corretto funzionamento e la sua evoluzione.

Nella nostra regione, il processo di formazione delle élites, sempre per effetto dei “piccoli numeri”, è meno selettivo che altrove. Non è poi così difficile affermarsi nel mondo delle professioni, della imprenditoria, della cultura, fin che si opera in ambito locale, nel mercato protetto di un regime quasi autarchico. Non è questo lo scenario consueto e gradito? Comunque fortemente sollecitato da quasi tutte le associazioni di categoria quando si rivolgono alla Regione perché tuteli gli interessi dei loro iscritti, siano essi nativi o residenti?

Ma l’intervento protezionistico regionale, a pioggia e non selettivo, ha progressivamente affievolito l’istinto della competizione, primario impulso dell”‘homo oeconomicus” che si deve misurare con il mercato. Quello valdostano, anche se tende all’autarchia, presenta tuttavia varchi in entrata ed in uscita, che comportano una certa osmosi con mercati più vasti. Le élites selezionate da chi si deve misurare con un mercato non completamente protetto, presenteranno, comunque, un certo tasso competitività. Come viene selezionata – invece – la élite politico amministrativa valdostana?

Qui casca l’asino. E’ necessario, preliminarmente, far osservare che la domanda di “amministrazione” è fortissima. Occorre fornire materiale umano sufficiente a coprire: Senato e Camera dei Deputati; Consiglio Regionale e Giunta; 74 Consigli comunali; otto Comunità Montane; B.I.M.; otto (inutili) APT; nonché un lungo elenco di cariche di spettanza regionale o comunale negli enti economici partecipati.

Un totale, stimato per difetto, di circa 1300 persone. Oggi, in Valle d’Aosta, un abitante su 90, neonati compresi, riveste una carica pubblica o di nomina pubblica. Se la Regione continuerà nella stolida abbuffata delle partecipazioni nel settore dell’economia e moltiplicherà gli enti inutili (vedi APT), nel breve volgere di qualche anno vanterà un altro imbarazzante primato mondiale: ci saranno più sedie che culi.

Todos caballeros, dunque?

Certamente: se la fedeltà (vera o presunta che sia) al leader o al gruppo dirigente del partito o movimento di referenza rimarrà l’unica prova di selezione che i 1300 “ottimati” dovranno superare.

Ma parliamo un po’ diffusamente del “Club dei trentacinque”, vale a dire del Consiglio regionale e della sua Giunta: gli organi in cui si concentra il massimo potere decisionale della regione più assistita e “partecipata” d’Europa (forse del mondo).

Fino a qualche anno or sono l’osmosi tra le gracili élites (delle professioni, dell’economia, della cultura ed il Consiglio regionale era ancora consistente. Nelle ultime legislature si è sempre più rarefatta sino a risultare inapprezzabile: accanto alle consuete facce di estrazione partitica è raramente dato di scorgere esponenti di spicco del mondo “profano” nell’adempimento del pur blasonato mandato consigliare.

Badate bene, non sto ipotizzando una sorta di Areopago composto da azzimati managers bocconiani, facondi principi del foro, accorti banchieri privati e fantasiosi artisti di chiara fama. Ma che il Consiglio regionale sia divenuto, prevalentemente, la riserva di caccia per pubblici dipendenti bisognosi di evasione dallo status impiegatizio, non mi sembra il massimo della goduria. Sarà un fatto certamente democratico. Se possa anche risultare utile, ho i miei dubbi.

Anche perché se è vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini, troppi di quelli che giungono in Consiglio risultano fare un uso prevalente delle loro estremità inferiori a discapito del contenitore della materia grigia. Gambe buone per la ricerca di voti “porta a porta” e per tutte le maratone congressuali ed elettorali. Quanto alla testa, si sa che serve loro per portare il cappello: tutte le altre funzioni sono “optionals”, non compresi nel modello di base. Devo ricordarvi l’effetto devastante che, anche in questo caso, comporta la teoria dei “piccoli numeri”?

Fin che lo “status” di Consigliere, per la pubblica opinione, non verrà associato al possesso del fondamentale requisito di una adeguata formazione tecnico-politica, sarà difficile pensare che il “Club dei trentacinque” riesca a sviluppare la funzione legislativa, di indirizzo e di controllo cui sarebbe destinato: e assumersi finalmente quel carico di lavoro e di responsabilità che giustifica la corresponsione di una più che decorosa mercede pubblica ai suoi componenti.

Per cambiare è fondamentale, intanto, che i cittadini riescano ad esprimere un grado di coscienza critica più elevato dell’attuale. E, successivamente, che questa nuova e più esigente consapevolezza si riverberi con la dovuta severità sul livello delle prestazioni richieste a chi si candida per rappresentarli.

Ciò dovrà avvenire con particolare riguardo a due aspetti: quello delle caratteristiche soggettive e attitudinali di chi si propone; quello della precisa e preventiva definizione degli obiettivi politici ed amministrativi del mandato che si sollecita: cosa si intende fare, con quali risorse e con quali forze. Con una avvertenza non trascurabile: distinguendo fin dall’inizio chi si presenta per concorrere ad un ruolo di rappresentanza (consigliere), e chi invece per reclamare un ruolo di governo e di amministrazione (Presidente di Giunta, Sindaco).

Se i cittadini valdostani, qualunque siano le loro simpatie politiche, non vorranno capire che questa svolta nel modo di intendere il rapporto elettore/eletto è fondamentale per la qualità della nostra vita democratica, sarà l’eutanasia dell’Autonomia.

Un’eutanasia lenta ma ineluttabile. Del resto ogni classe politica che viene espressa mediante libere elezioni risulta lo specchio fedele del suo mandante, il popolo sovrano. E’ il popolo sovrano che deve imparare democraticamente a selezionare le élites politiche. Medice, cura te ipsum.

Da esse dovrà pretendere la capacità di “pensare in ideali e di organizzare in amministrazione”. Perché, in una società democratica complessa, spetta alle élites politiche il compito di elaborare e proporre – confrontandosi tra loro prima e sottoponendo al corpo elettorale poi – il risultato del proprio lavoro, delle possibili e anche diverse soluzioni. In modo semplice e comprensibile ai più. Se i meccanismi preposti alla selezione delle élites non saranno appropriati il risultato potrà essere perverso: il rispetto formale delle regole democratiche, di per sé, non genera necessariamente efficienza e qualità. Girando a vuoto, qualunque sistema democratico può depravarsi fino a partorire mostri: esattamente come è successo qui da noi…”



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