Il 25 aprile è la festa di tutti gli Italiani che si ritrovano nel rispetto di tutte le vittime e nell’omaggio non rituale alla liberazione dal nazifascismo come riconquista dell’indipendenza e della dignità della Patria.
E proprio perché questo giorno sia riconosciuto e sentito come festa di tutti gli italiani, è importante dare il giusto posto – nella memoria storica e nella coscienza comune – alle diverse tappe e alle molteplici componenti del processo di maturazione e di lotta che sfociò nell’approdo di una liberazione piena del nostro paese e del nostro popolo.
Questo multiforme contributo è ormai iscritto a pieno titolo nella storia del nostro riscatto nazionale.
Sappiamo quel che significa per l’Italia la data del 25 aprile: essa segna la liberazione piena del paese dalla dittatura e dall’occupazione straniera, la riconquista su tutto il territorio nazionale di una condizione di libertà, unità e indipendenza. Ma dobbiamo ogni volta sentirci impegnati a trasmettere nella sua interezza, a ripercorrere nella sua complessità, l’esperienza tradottasi in una straordinaria prova di riscatto civile e patriottico. Questo fu la Resistenza, dai primi giorni seguiti alla firma dell’armistizio e al crollo dell’8 settembre 1943, fino ai gloriosi momenti conclusivi della liberazione delle nostre Città e della nostra Terra. Ed essa non può perciò appartenere solo a una parte della nazione, ma deve porsi al centro di uno sforzo volto a ricomporre, in spirito di verità, la storia della nostra Repubblica.
Fu decisiva, e abbracciò tutti, la riscoperta, la riconquista di un senso sicuro della Patria.
In quella guerra patriottica, e nella difesa dell’Italia, anche nelle sue strutture materiali e nelle sue possibilità di futuro, si univano naturalmente partigiani e militari fedeli ai loro doveri nazionali.
Le idealità e le aspirazioni dei nostri combattenti per la libertà poterono così tradursi in un essenziale quadro di riferimento per l’elaborazione della Carta costituzionale nell’Italia divenuta Repubblica per volontà di un popolo.
Quelle aspirazioni appaiono pienamente recepite nella limpida sintesi dei “Principi fondamentali” della Costituzione repubblicana e nell’insieme dei suoi indirizzi e precetti.
Possiamo con buoni motivi dire che il messaggio, l’eredità spirituale e morale della Resistenza, vive nella Costituzione: in quella Costituzione in cui possono ben riconoscersi anche quanti vissero diversamente gli anni 1943-1945, quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi acquisiti. La Carta costituzionale, approvata nel 1947, sancì – dandovi solide basi democratiche – una rinnovata identità e unità della nazione italiana e costituisce, oggi, la base del nostro vivere comune. È un patrimonio che appartiene a tutti e vincola tutti.
Naturalmente, la Costituzione poteva solo offrire la trama della nuova Italia sperata e invocata a mano a mano che progrediva la guerra di Liberazione, e all’indomani della sua conclusione. Non ne nascevano già definiti nella loro concretezza la società e lo Stato corrispondenti al dettato costituzionale. Dare attuazione a quei principi ha richiesto e richiede un impegno civile, culturale e politico, che non si dà una volta per tutte, che va sempre rinnovato e fatto rivivere, con l’apporto essenziale delle nuove generazioni.
Contano nella nostra Carta non solo i principi, i diritti e i doveri, ma le Istituzioni.
Queste sono certamente perfettibili e riformabili rispetto al disegno che ne fu definito nel 1946-1947, ma esse costituiscono, nell’essenziale, pilastri insostituibili dello Stato di diritto e della democrazia repubblicana.
Penso a quel che disse, sul ruolo delle istituzioni, un grande costruttore dell’Europa unita Jean Monnet, rivolgendosi nel lontano 1952 all’Assemblea della appena nata Comunità del carbone e dell’acciaio:
“Gli avvenimenti tragici che noi abbiamo vissuto ci hanno forse reso più saggi. Ma gli uomini passano, altri verranno e prenderanno il nostro posto. Quel che potremo lasciar loro non sarà la nostra esperienza personale che sparirà con noi; quel che possiamo lasciar loro sono le istituzioni. La vita delle istituzioni è più lunga di quella degli uomini, e le istituzioni possono così, se sono ben costruite, accumulare e trasmettere la saggezza delle generazioni che si succedono”.
Qual è, dunque, il miglior modo, oggi, per celebrare e ricordare coloro che ci hanno consegnato in “dote” la libertà e la democrazia?
Onorarne la memoria, certamente, ma anche, ritengo, attuare con il nostro quotidiano impegno, senza snaturarli, gli ideali e i principi della resistenza italiana, che molti dei suoi appartenenti, padri fondatori dell’Assemblea costituente, ci hanno lasciato in eredità attraverso la redazione della Costituzione, nella quale, tra l’altro, e non a caso, è contenuto, nel Titolo IV, l’articolo 49, che così recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Rilanciare il ruolo dei partiti politici, aggrediti ormai quotidianamente dall’antipolitica e dal malcostume, che sono, a conti fatti, due opposte facce della stessa medaglia, è, quindi, un imperativo imprescindibile che tutti noi siamo chiamati, oggi, ad assolvere con estremo rigore, proprio nel rispetto di chi ha combattuto, in nome di tutti noi, per la Liberazione del Paese e ci ha consegnato, con il testamento della Carta costituzionale, uno Stato libero e democratico, che le Istituzioni hanno il dovere, prima di tutto etico, di difendere.
I partiti non devono essere spazzati via dalla crescente ondata di antipolitica, che tende a confondere tutto e tutti e che rischia di travolgere tutto e tutti; devono, caso mai, essere riformati e restituiti appieno al loro ruolo originario, chiaramente delineato nell’articolo 49 della Costituzione.
È illusione o, peggio, ipocrisia affermare o anche solo pensare che uno stato democratico possa oggi funzionare senza i partiti politici. Non è il sistema dei partiti che va criticato, ma sono le colpe specifiche di alcuni appartenenti ai partiti che vanno combattute; altrimenti si combatte la stessa democrazia che non può funzionare al di fuori di essi e della loro realtà.
Io voglio parlare delle formazioni politiche basate su una fede, unite da un comune sentimento, sollecitate da legittimi interessi, espressioni di idee più che di uomini singoli. In questo senso i partiti sono necessari e salutari alla democrazia nella misura in cui attuano sinceramente il metodo democratico, a cominciare dal loro interno, e si propongono di attuarlo nel Paese; non ingeriscono indebitamente nella pubblica Amministrazione e svolgono nella collettività una vasta funzione educatrice di libertà, suscitatrice di civili, convinte e appassionate competizioni politiche.
La stessa Assemblea Costituente, nel corso della discussione generale del progetto di Costituzione della Repubblica italiana, ebbe modo di affermare che la garanzia maggiore dell’orientamento democratico del nostro Paese non era nella Carta costituzionale, ma, unicamente nel popolo.
“E’ soltanto il popolo – si legge, infatti, nei lavori preparatori – che può garantire che i principî che noi immettiamo nella Costituzione si tradurranno domani, in realtà, che può garantire che i congegni che noi predeterminiamo agiranno domani nel senso che noi oggi ci auguriamo. È soltanto nel popolo che noi possiamo trovare la nuova garanzia del domani. Ed è, quindi, nella forza dei grandi partiti che noi troviamo la garanzia che domani i principî che noi immettiamo nella Costituzione verranno tradotti in realtà attraverso il pluralismo dei diversi gradi di organizzazione sociale in cui il cittadino esplica il suo diritto, esplica la sua partecipazione alla vita pubblica”.
Certo, i continui, recenti e crescenti scandali non aiutano a restituire, oggi, un’immagine dei partiti politici che sia fedele interprete della volontà dei nostri Padri costituenti, anzi, contribuiscono ad allontanare i cittadini dalla politica, vista come “casta”, detentrice di privilegi ed abusi, luogo ove si pratica il potere e, di conseguenza, dai politici, ritenuti per la maggior parte dediti ad interessi personali e non al bene comune e ciò è tanto più intollerabile in un momento come quello attuale, in cui lo Stato chiede al suo popolo grandi sacrifici, in nome del dovere collettivo di contribuire, ognuno per la propria parte, a risollevare il Paese dalla profonda crisi di sistema che sta attraversando.
Da noi deve partire, dunque, l’esempio di attaccamento agli istituti democratici e soprattutto l’esempio di onestà e di rettitudine. Perché il popolo italiano ha sete di onestà. Su questo punto dobbiamo essere intransigenti prima verso noi stessi, se vogliamo poi esserlo verso gli altri. Non dimentichiamo che la corruzione e il malaffare sono nemici della libertà.
In questo spirito celebriamo oggi congiuntamente l’anniversario del 25 aprile e quello della Costituzione e delle istituzioni repubblicane, cui va il rispetto non formale, ma effettivo e coerente degli italiani di ogni parte politica per garantire un degno avvenire democratico al nostro paese.
Guardando, infine, alle giovani generazioni, cui dobbiamo consegnare la memoria triste, travagliata, dura, di quegli anni di lotta, anche fratricida, mi sento di poter affermare, oggi, che i nostri giovani, come ricordava spesso l’amatissimo Presidente Sandro Pertini “non hanno bisogno di sermoni, ma solo e soltanto di esempi”. E, nel suo messaggio alle Camere riunite da Presidente della Repubblica ricordava e ammoniva ancora: “Il dettato costituzionale che valorizza le autonomie locali e introduce le Regioni, è stato attuato. Ne è derivata una vasta partecipazione popolare che deve essere incoraggiata. Questo diciamo, perché vogliamo che la libertà riconquistata dopo lunga e dura lotta, si consolidi ne nostro Paese. E vada la nostra fraterna solidarietà a quanti in ogni parte del mondo sono iniquamente perseguitati per le loro idee. Certo noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata essa. Tuttavia essa diviene una fragile conquista e sarà pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Ripeto quello che ho già detto in altre sedi: libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale.”
Anche su questi commossi ricordi e attraverso le parole di questi grandi uomini che celebriamo e ricordiamo il 25 Aprile.


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