Erano certamente pochi i Valdostani che si sono appassionati alla gara che ha visto trionfare la città di Agrigento quale “Capitale Italiana della Cultura 2025”. E saranno stati ancora meno quelli che, pur sapendo che la Città di Aosta era rimasta tra le nove finaliste in gara, avevano compreso fin dall’inizio che non avrebbe vinto.
Lo sapevano certamente quegli amministratori aostani che avendo caldeggiato l’italica disfida ora, da sconfitti, sono convinti di aver subito un grande torto; tanto da lasciarsi andare, sulla vicenda, a dichiarazioni e comportamenti a dir poco imprudenti e tuttavia rivelatori di atteggiamenti che il dizionario Treccani dovrebbe prendere in considerazione per una nuova voce: quella del paraculismo!
“Ma che ci azzecca”, si sarebbe domandato il Tonino nazionale, per la Città di Aosta e la sua alacre giunta la decisione di dover comunque gareggiare e quindi entrare in una graduatoria – perché di questo si tratta – con le altre città italiane che ne avevano fatto richiesta, quando a gareggiare a che pro, per che cosa e con chi non ci è dato sapere.
Sarà in nome e per conto del nostro particolarismo (che ci connota come titolari di una apprezzabile e diversa identità culturale all’interno dello Stato italiano) o, invece, sarà piuttosto nell’accertata coerenza di chi manifesta di ispirarsi unicamente alla cifra politico-amministrativa dell’inclusione e del sociale nella sua attività amministrativa che la contesa si svilupperà? Questa elementare domanda, almeno per noi valdostani era dirimente: qualunque risposta responsabile avrebbe sconsigliato una fremente partecipazione, non ravvisando nei dati in nostro possesso alcuna possibilità di riuscita.
Da parte della giunta comunale prevale la versione di una gestione politicamente scorretta e lobbistica della assegnazione del titolo alla città di Agrigento.
Tutte cose che Giulio il sofista (complimenti per la esaustiva e sintetica narrazione che è stata molto apprezzata dai frequentatori del nostro Blog) ha certamente presenti e, conoscendo bene i suoi polli, ne rintuzza preventivamente l’argomentare escludendo la probabilità di oscuri maneggi di non ben definite lobby di forti poteri a noi ostili.
In questo esercizio di vittimismo mancano solo espliciti richiami al chiagne e fotte partenopeo che, se alimentato dal clima da baruffe chiozzotte goldoniane a cui siamo avvezzi ci consentirebbe di buttare tutto in vacca.
Lo so: con le ultime sfumature di paraculismo nostrano sono andato fuori misura. Me ne scuso e vi faccio grazia della citazione di altre sfumature che potrebbero venir invocate per illustrare l’immensa ipocrisia con cui è stata gestita la presente vicenda.
Non stupisca la rudezza delle mie affermazioni: quando si partecipa ad una riunione e si è tentato invano di fare silenzio fra gli astanti ricorrendo a qualche educato colpo di tosse per attirare la loro attenzione, diventa assolutamente proponibile, per ottenere il risultato voluto, fare ricorso a mezzi più incisivi e a qualche coloritura verbale.
Il titanico sforzo per incoronare la nostra amata Veulla come capitale per un anno della cultura italiana e la cocente delusione che è seguita al suo fallimento sono la dimostrazione della incapacità politica di questa maggioranza di affrontare il vero problema che ci sta innanzi e per il quale nelle ultime consiliature (dopo l’accoppiata Giordano-Follien) non si è fatto abbastanza per quanto ci sta veramente a cuore. Vale a dire: dare un senso compiuto alla Città di Aosta, rendendola concretamente e finalmente la Capitale “necessaria” della nostra Autonomia.
Si vous ȇtes valdȏtains soyez dignes de l’ȇtre.
Miles

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