Alé Vallée

Il Blog di Evolvendo VdA


"La democrazia come insieme di strutture è, o può essere, una macchina che funziona. Chi non funziona sono i macchinisti, a tutti i livelli: da quello dei capimacchina (i governanti) a quello dei mini-macchinisti (il popolo, i governati)" (Giovanni Sartori, politologo)

La “resistibile ascesa” di Renzo Testolin

Molti hanno provato a chiedersi come e perché sia nata la giunta Testolin e chi ha veramente voluto o anche solo ispirato quella improvvida commedia degli inganni e quali insegnamenti si possano ricavare dalle mille giravolte in cui si sono prodotti i principali attori politici per giungere al suo tormentato ed inaspettato varo. 

Per esempio dopo aver preso atto che “Mala tempora currunt” i nostri lontani progenitori greci o romani antichi avrebbero provato a farne una narrazione con tanto di Divinità dispettose, di ninfe irresistibili e di eroi impiccioni con lo scopo di nobilitare fatti, accadimenti e personaggi che l’hanno determinata e lasciare così ai posteri una fulgida immagine di sé. Fatte le debite proporzioni, chissà se i valorosi amici dello Charaban, messi sul gusto dall’invito di occuparsi della vicenda volessero, da par loro, fornirci una sapida ricostruzione dell’accaduto. Penso allora che potrebbero prodursi in una pièce capace di tenere il passo con le più sfrenate pochade fin siècle. Probabilmente, visto il genere popular dello Charaban ne avrebbe po’ patito il registro drammatico della vicenda. Ma  avremmo almeno potuto interrogarci utilmente sugli effetti del controverso principio dell’eterogenesi dei fini quando ci si trovi in presenza di una colossale ed inaudita “sfiga“. 

E certamente di “sfiga” all’ennesima potenza si è trattato quando per un amaro accordo del destino (o per pura combinazione, fate voi) lo tsunami giudiziario che aveva investito con una aggressività degna di miglior causa (adesso lo possiamo dire) la vita politica della nostra regione intrecciandosi con la diffusione e gli effetti della Pandemia più mortifera che abbia mai colpito il globo terracqueo dalla comparsa della specie dell’homo sapiens ad oggi. 

Se a quanto premesso aggiungiamo che la nostra regione si stava già crogiolando in una crisi politico-istituzionale che veniva da lontano e riguardava soprattutto identità e ruolo del suo movimento autonomista storico (così come pervenuto a seguito delle numerose superfetazioni di cui era stato fatto oggetto) compromettendone il ruolo egemonico che aveva con un certo successo esercitato nella fase storica della prima Autonomia, solo così ragionando potremo comprendere perché nasce la giunta Testolin ma soprattutto perché le modalità  con cui ha visto la luce – con tutte le contraddizioni che l’hanno accompagnate –  rischiano di produrre il classico taccone che è peggio del buso. Vedrete che ben presto si rivelerà per quello che è già in realtà: una pace armata tra sedicenti autonomisti storici che dopo tanto litigare ed eccepire hanno ripiegato su di un modesto e pantofolaio accordo di potere quando invece si imponevano decisioni e comportamenti coraggiosi e lungimiranti di tutti gli attori in campo. 

Sarebbe questa, dunque, la tanto invocata Réunion?

Prendiamo malinconicamente atto che le mire personali dei consiglieri regionali (leggasi CLUB DEI TRENTACINQUE) hanno ancora una volta fatto aggio sui soggetti politici rappresentati dai partiti e movimenti quando, invece, affinché si potessero elaborare risposte efficaci anche sul lungo periodo avremmo dovuto interrogarci preliminarmente su alcuni temi fondamentali ed ineludibili.

Sappiamo che questi ultimi, più che alla sfera politica vera e propria, appartengono invece a quella prepolitica dell’educazione civica e del comune sentire e più precisamente a:

  1. quale sia la natura e la persistenza dei “valori condivisi” dalla nostra comunità;
  1. quale sia la reale efficacia economica e sociale della gestione pubblica delle cospicue risorse regionali (sistema delle partecipate) e come “fare sviluppo” nel dopo Pandemia;
  1.  quale sia, oggi, la ”qualità  democratica” del modello di società che abbiamo costruito in circa settanta anni di regime regionalista. 

 “Conoscere per deliberare”, suggeriva il compianto presidente Einaudi.

PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA. BUCO NERO DELLA DEMOCRAZIA 

Perché allora non prendere il toro per le corna e compiere una verifica di tutti quegli istituti, leggi, norme e procedure stratificatesi col tempo, nell’esercizio di quell’Autonomia Speciale a noi sì cara, e il cui fine ultimo dovrebbe consistere,  per i cittadini che vivono all’insegna delle sue leggi, nell’aumentare i loro spazi di libertà e quindi le opportunità di esprimersi compiutamente?

Si dà il caso, infatti, che quello della partecipazione democratica sia divenuto  il buco nero della nostra vita politica e risulti  l’aspetto dove si sono registrati i più vistosi  arretramenti ed abbandoni.

Giorgio Gaber (da molti ritenuto superficialmente il de Tocqueville della Bovisa) negli anni ‘70, molto opportunamente ci ricordava che  “la libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è… partecipazione!”

Sembrerebbe invece che i valdostani abbiano snobbato il messaggio di quel civilissimo cantautore ed abbiano finito col ridurre al lumicino l’adesione e la militanza ai partiti e movimenti politici chiamati a rappresentarli. 

Con una ragionevole approssimazione (vista la reticenza degli interessati), si è stimato che il livello di partecipazione dei nostri concittadini ai vari soggetti politici operanti in valle alla fine del millennio scorso (appena venti anni or sono!), contava una presenza complessiva di oltre 12.000 (dodicimila) iscritti. Oggi si fatica a raggiungere le 2000 unità.

Poiché non è questa la sede più confacente per disquisire sui massimi sistemi politici con analisi generiche e sommarie – atteggiamenti che Gramsci avrebbe bollato come “brevi cenni sull’Universo” – ci accontenteremo, per ora, di denunciare il rischio delle possibili distorsioni recate al sistema politico regionale per effetto di questa caduta di partecipazione.

In effetti,  è difficile non convenire come, in Valle d’Aosta, il fenomeno della partecipazione democratica, pur presentando motivazioni e caratteristiche  analoghe rispetto ad altre realtà regionali e nazionali, si situi in un contesto del tutto singolare.

L’esistenza di un Moloch (come diversamente definire l’ente Regione?) dotato di estesa sovranità legislativa a cui si deve sommare un ruolo (divenuto sempre più pervasivo) di natura economico-finanziaria e imprenditoriale; il tutto in presenza di una dimensione demografica modesta (circa 120.000 abitanti) e ad un tessuto imprenditoriale privato scarsamente innovativo che ha visto uscire di scena alcuni soggetti economici che, fatte le debite proporzioni, avremmo potuto considerare “poteri forti”, quale sistema relazionale virtuoso potrà mai produrre?

Come possiamo far sì che questa singolare situazione non generi cortocircuiti decisionali e quindi insane distorsioni nei modi in cui si forma, si esercita e si controlla il Potere democratico nella nostra regione?

In democrazia è la Politica che legittima il Potere. ”Chez nous” si rischia il contrario: se la politica si fa debole è il Potere che pretenderà di legittimare la Politica.

Chissà se qualche docente della nostra giovane università vorrà appassionarsi alle problematiche più scottanti e delicate circa la qualità della nostra democrazia e ne voglia fare oggetto non solo di approfondimento accademico, ma di prezioso contributo civico alla comunità che ci esprime?

MILES